PIATTI, Pietro Antonio, detto il Piattino

Libellus de Carcere. (Ad illustrissimum Ducem Mediolani Carmina).

(Firenze, Bartolomeo di Libri 1485-1486 ca.),

in-8, ff. 12 n.n., legatura ottocentesca in pergamena floscia. Terza edizione (la prima uscì a Milano, presso Antonio Zaroto, il 26 Feb.1483) e fedele ristampa della seconda impressa dallo stampatore milanese nel 1485. Interessante raccolta di componimenti poetici del dimenticato umanista milanese amico di Leonardo, composta durante la sua detenzione nel carcere di Monza. Dopo l'insediamento degli Sforza, Piattino fu accolto al seguito del giovane Galeazzo Maria ma nel febbraio 1469, fu da questi fatto imprigionare nel castello di Porta Giovia a causa di un obbligo di corte disertato. Proprio in questa circostanza il Piattino compose il Libellus de carcere e nel vano tentativo di impietosire il duca tentò un suicidio, ma ottenne solo il carcere più duro dei Forni di Monza. Scarcerato nell'estate 1470, visse a Modena, nel Monferrato, e ad Urbino come poeta di corte, facendo ritorno a Milano solo dopo l'assassinio di Galeazzo Maria (1476). Allievo del Filelfo e sodale di Leonardo da Vinci, il Piatti fu da questi incaricato di inviare a Lodovico il Moro, che sollecitava l'artista a portare a termine il lavoro, un'epigrafe in lode del padre Francesco da apporre sul basamento della grande statua equestre. Benché nel Carcere figurino alcuni epigrammi dedicati "duci Mediolanensi", questi sono indirizzati a Giangaleazzo per chiedere la grazia e non si tratta quindi dei perduti versi composti per il monumento equestre, del quale, come è noto, venne realizzato il solo modello in gesso che andò distrutto. Il Libellus è dedicato Ad magnificum Thomam Thebaldum bononiensem; il Tebaldi fu consigliere ducale e ambasciatore di Carlo VII: grazie al suo ruolo all'interno della corte sforzesca dovette intercedere con successo alla scarcerazione del Piatti. L'Argelati (I, p. 268) ricorda il fatto "plurimum ab obtinendam a principe gratiam bonae frugis attulerat". Quest'opera poetica è un resoconto del periodo della carcerazione e dei sentimenti che lo accompagnarono: nelle preghiere a Dio, alla Vergine e ai Santi emerge bene il dolore e l'angoscia, si rivolge poi a S. Caterina, S. Pietro, S. Giorgio e S. Ambrogio ricordando la sua Milano che credeva non avrebbe più rivisto, e a S. Sebastiano, festività in cui ricorse il suo arresto. Alcuni versi sono dedicati alla S. Madre di Loreto ed alla Vergine di Monza. L'ultimo componimento è rivolto a Lorenzo de'Medici in ricordo della morte del fratello Giuliano. Opera estremamente rara (complessivamente si conoscono solo una ventina di esemplari delle tre edizioni). Bellissimo esemplare, a pieni margini (alcune annotazioni manoscritte).

GOFF P777. PELLECHET MS 9523 (9345). IGI 7867. BMC VI 648. NARDINI, VITA DI LEONARDO, GIUNTI 2004, p. 83: “Ferito nell’orgoglio Leonardo si rimise al lavoro “Poichè il Duca ha fretta”. Riprese gli studi eseguiti a Firenze per l’Adorazione dei Magi, quelli fatti nella bottega del Verrocchio al tempo del monumento equestre del Colleoni... era trascorso solo qualche mese, e già l’artista chiedeva all’oratore e poeta Platino Plato una frase da porsi, come epigrafe, sotto il monumento...”. Esaurienti biografie in A.SIMIONI, Un umanista milanese: Piattino Piatti, Archivio Storico Lombardo, XXXI, 1904 p. 227-301. Cfr. F.PICINELLI, Ateneo dei letterati milanesi.
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